E accaduto allarte musicale dellimprovvisazione ciò che Michel Foucault ha scritto sulla storia della follia in Occidente, un lungo, inesorabile processo doccultamento e rimozione nel nome di valori enfatizzati di razionalità e di economia. I tempi, i modi e le motivazioni culturali possono non coincidere, ma un filo conduttore sotterraneo lega fra loro, da un lato, la scomparsa dagli orizzonti dellimmaginazione comune dellemblema della Narreschiff , della Nave dei folli, e dallaltro il progressivo oscuramento della figura dellimprovvisatore in musica, del musicista che arrischia tutta la posta in un unico colpo qui e ora. Arte assoluta, senza mediazioni, e per questo imbarazzante, limprovvisazione musicale è ormai relegata a riti solipsistici a privati, votati al perder tempo (come, paradossalmente, è invalso chiamare la degustazione disinteressata del tempo); anche nelle zone dove sopravviveva come forma estrema di specialismo (il jazz, limprovvisazione allorgano, lesibizione acrobatica di bravura) è ormai un tratto recessivo, dalle dubbie credenziali estetiche. La cultura ufficiale cancella ciò che non vuole vedere, lo rende invisibile negandogli una funzione e uno statuto di verità.
Limprovvisazione è larte di tradurre intuizioni musicali in vibrazioni immediatamente sensibili. Non occorrono molte parole per ricordare quanto questarte abbia contato ab origine nella storia della musica. Per gli antichi greci la mousiké era limprescindibile complemento della poesia, di cui costituiva lelemento fonico e sensoriale, il misterioso, volatile legame fra logos e pathos, fra intelletto ed emozione. Lindissolubilità del binomio di sensus e numerus, di corpo e intelletto, connaturato con lesercizio della musica, è colto perfettamente allinizio del XVI secolo da Bardesar Castiglione nel suo libro sul perfetto gentiluomo, dove riassume in una formula di rara eleganza sprezzatura e decoro il sublime equilibrio fra senso della misura e libera invenzione, fra controllo intellettuale ed energia vitale che il musico virtuoso, che canta improvvisando, è tenuto a realizzare. Ma nel corso del XVIII e del XIX secolo si impone unaltra via, a cui non è probabilmente estraneo laffermarsi dellutilitarismo borghese, dellhomo oeconomicus. Entrano nella musica concetti forti di proprietà trasmissibile e di paternità dimostrabile. Da antico sussidio pratico, il mettere i suoni per iscritto diviene allora, sempre più, condizione necessaria per poter aspirare a una patente dartisticità. Il resto lo fa la crescente specializzazione dei compiti. Di là il compositore, che scrive e pre-scrive, al quale sono delegate le esplorazioni dello spirito. Di qua linterprete, in un più modesto, seppure lucrativo, ruolo di mediatore. Listituto del Diritto dautore, nato per proteggere da sfruttamenti pirateschi, si gonfia sino a generare il principio estetico dellimmutabilità eterna del capolavoro fissato sulla carta: un classico esempio, direbbe il vecchio Marx, di superfetazione ideologica dellinfrastruttura.
Anche questo itinerario appartiene, in fondo, alle ataviche fatiche delluomo per rimuovere il pensiero della morte. I teorici medievali definivano la musica simulacrum mortis, in ragione della sua fisica inconsistenza che la porta a sparire un attimo dopo essere stata udita. La scrittura è appunto lantidoto della caducità: trasforma la musica in monumentum e fa dellinvenzione un precostituire potenziali reperti per il museo. La straordinaria avventura intellettuale del Novecento musicale non ha fatto che portare a conseguenze estreme queste premesse, con una determinazione che ha, insieme, del grandioso e del tragico. Da Schönberg in poi le partiture sono diventate testi talmente complessi e minuziosi che un interprete professionista trova difficoltà a tradurre in suono tutto quanto vi è prescritto, e anche solo lidea di aggiungervi qualcosa di non previsto è addirittura impensabile. Nulla a cambiato, a cavallo degli anni 50 e 60 del secolo scorso, la svolta apparente della musica aleatoria e dellestetica dellopera aperta, le quali hanno solo ampliato a valle il controllo del compositore, includendo nella progettazione anche i tic dellinterprete e gli imprevisti dellesecuzione.
Restituire alla musica larte dellimprovvisazione, come da qualche tempo alcuni gruppi stanno facendo, appare impresa tantalica. Si tratta non soltanto di recuperare abilità e prontezze e facoltà inventive a lungo sopite, ma si tratta anche di sottrarre il pubblico dei grandi circuiti discografici e concertistici allidea che solo la ripetibilità dellevento e la sua oggettivazione in forme immutabili siano una garanzia di qualità. Quando poi si tratta di unimprovvisazione collettiva riemergono, nonostante tutto, i vecchi retaggi di una cultura monoteoistica e patriarcale che dinanzi allopera darte inducono a ricercare sempre un responsabile ultimo, un begetter, un oinseminatore unico, e a chiedere alla fine: Ma insomma, chi è lautore?.
Ci prova adesso (o meglio, ci riprova, data lesperienza ormai accumulata) un gruppo di animosi musicisti, formato da Maurizio Barbetti (viola), Rocco Parisi (clarinetto basso), Riccardo Sinigaglia, Monica Cattarossi e Matteo Licitra (pianoforti), Biliana Voden (piano effervescente) Don Buchla (lightning) e Alzek Misheff (disklavier) . La maggior parte di loro sono interpreti virtuosi, con solidi studi accademici alle spalle. Cosa che, si prevede, renderà più ardua e interessante la sfida fra normalità e follia, fra convenzione e invenzione, fra decoro e sprezzatura. Sia loro di buon auspicio lesordio dellElogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam:
Comunque di me parlino comunemente i mortali (e non ignoro quanta cattiva fama abbia la pazzia fra i più pazzi), tuttavia, io sola rassereno col mio influsso uomini e dèi. E la prova più convincente è che, appena venuta qua innanzi, fra questa numerosa assemblea, tutte le facce si sono allimprovviso rischiarate di nuova e insolita letizia, e avete subito spianato la fronte, applaudendo con un tale sorriso di gioia, che quanti io contemplo qui presenti, siete tutti ubriachi, mi pare, come gli dèi di Omero, di nettare e nepente insieme,
e prima ve ne stavate seduti tristi e preoccupati, come se foste da poco usciti dallantro di Trofonio
Andrea Lanza